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LE TRE VITE DI GRATIAN

di Massimo Solani

 

La drammatica parabola di un bambino romeno di quattro anni: arrivato in Italia viene costretto dalla famiglia a chiedere l’elemosina. «Rinasce» grazie all’affidamento presso una casa famiglia. Ma dopo un accordo tra l’Italia e la Romania il piccolo viene rispedito nel dramma familiare. Non mi lasciare, non mi lasciare!». La terza vita di Gratian è iniziata il 27 ottobre scorso in una delle sale dell’aeroporto “Henri Coanda” di Bucarest. Il funzionario

romeno che cercava di portarlo via con sè ha dovuto strapparlo dalle braccia dell’operatrice che l’aveva accompagnato da Roma, lontano da quella seconda vita in cui Gratian aveva ritrovato il sorriso e la salute. «Piangeva disperato -racconta la dottoressa StefaniaDi Donato- gridava che non voleva andare con quelle persone, mi guardava e mi diceva “non mi lasciare, non mi lasciare”. Non dimenticherò mai quegli occhi». Gratian Gruia non ha ancora quattro anni, ma

è già passato attraverso tre vite. La prima fatta di dolore emaltrattamenti, una seconda di faticosa rinascita e la terza di cui praticamente nulla si sa

ancora se non le lacrime e le urla di quel pomeriggio del 27 ottobre e le sentenze di due tribunali romeni. Perché Gratian in Romania c’è nato il 21 marzo del 2005, prima di trasferirsi in Italia con parte della famiglia. Rom che vivono in una baraccopoli della Capitale, in uno dei tanti campi che nascono e spariscono nel giro di poche ore, al riparo dalla polizia e dagli sgomberi. L’Italia scopre l’esistenza di Gratian il 25 maggio 2007 quando una volante della squadra Mobile di Roma arresta la nonna, Olguja, davanti ad un supermercato nella zona della Collatina. «Era segnalata la presenza di una nomade intenta insieme ad un bambino

molto piccolo a chiedere l’elemosina -scrivono gli agenti nel verbale di arresto- Veniva precisato che il minore si trovava sotto il sole e che la donna con cui stava lo picchiava severamente, verosimilmente con l’intento di stimolare gli avventori ad essere

più generosi». La donna finisce in manette, e Gratian è invece accompagnato alla casa famiglia «La valle dei fiori». «Ricordo che quando la polizia lo ha portato da noi Gratian era terrorizzato – racconta la dottoressa Patrizia Barbalucca, responsabile della struttura -. Il bambino era sporco e malnutrito. Dormiva a terra, mangiava voracemente tutto ciò che trovava e quasi non parlava con nessuno». Il 28maggio il tribunale dei minori di Roma dichiarò decaduta la potestà genitoriale del padre e della madre di Gratian e affidò il bimbo alle cure della casa famiglia che l’aveva accolto avviando la pratica per un’eventuale adozione. «Nel giro di poche settimane il bimbo iniziò a rinascere - ricorda Barbalucca -. Si era ambientato, imparava l’italiano e

cominciava a riacquistare la normalità della sua età. Era un bambino solare, bellissimo. I suoi occhi parlavano per lui». La seconda vita di Gratian, la sua rinascita, parte da lì. Dal momento dell’ingresso alla «valle dei fiori». Nel frattempo, però, il ministero degli Esteri italiano

e quello di Bucarest, il 9 giugno del 2008, siglano un accordo «sulla cooperazione per la protezione dei minori romeni non accompagnati o in difficoltà». Il documento riguarda tra l’altro anche «i minori romeni che non ricevono più l’assistenza da parte dei genitori o del tutore o del rappresentante legale designato, a causa di incuria, negligenza, o trascuratezza grave, rilevata e valutata come tale da parte della competente autorità italiana a seguito della

sussistenza di una situazione di rischio tale da pregiudicarne il percorso di crescita fisico, psicologico, morale o sociale». Per loro, si legge, è previsto «il rientro nel Paese d’origine o nella propria famiglia, ove possibile». La sorte di Gratian è scritta nero su bianco su un documento internazionale e il tribunale dei minori di Roma non può che prenderne atto. Per questo l’8 luglio 2008 dispone «il non luogo a procedere sullo stato di adottabilità» di Gratian e «la consegna del minore alle autorità romene per il rimpatrio assistito». Non conta che il bambino nel frattempo abbia ritrovato il sorriso. Non conta nemmeno che gli psicologi del Telefono Azzurro nel maggio del 2008 abbiano redatto una valutazione psicodiagnostica in cui «si segnala che un eventuale allontanamento dal contesto sociale e culturale in cui il bambino si è faticosamente integrato può bloccare il processo di recupero e comportare una grave compromissione del suo equilibrio psicoaffettivo. Ulteriori esperienze di stress infatti - scrive la dottoressa Valeria Giamundo del servizio diagnosi e trattamento del “Tetto Azzurro”- rischierebbero di compromettere irreversibilmente il potenziale funzionamento adattivo e relazionale e di colpire gravemente la qualità del funzionamento affettivo del bambino».

Non c’è niente da fare, Gratian deve tornare in Romania.Emano a manoche i giorni si avvicinano il bambino ricomincia a stare male. «La notte prima della partenza – racconta Barbalucca - iniziò a vomitare. Non dormiva, si nascondeva». All’aeroporto, insieme con una funzionaria romena che non parla italiano, lo accompagna la dottoressa Stefania Di Donato, un viso che Gratian conosce benissimo. «Alla fine, dopo tante insistenze – ricorda Stefania - le autorità romene acconsentirono a che accompagnassi il bambino fino a Bucarest e ci

assicurarono che sarei potuta restare lì qualche giorno, a spese nostre, per aiutarlo ad inserirsi visto che non parlava nemmeno più il romeno». Ma all’“Henri Coanda”le cose vanno diversamente. Un funzionario locale porta via con sè Gratian in lacrime, e la dottoressa è costretta a restare in aeroporto e addirittura a passarci la notte. «Ma quello fu il problema minore - spiega, la voce rotta dall’emozione - la cosa agghiacciante fu il modo in cui Gratian mi venne portato via. Aveva capito, e per tutto il tempo del volo continuava a ripetermi “tu

non mi lasci vero? tu non te ne vai”». È la terza breve vita di Gratian e somiglia terribilmente alla prima, fra lacrime e disperazione. In Romania Gratian viene portato a Caras Severin, il paese del nord dove vive la famiglia Gruia. La stessa che lo aveva portato in Italia a mendicare. A Caras Severin il bimbo vive alcune settimane in casa di un’assistente maternale. Ma la famiglia fa pressioni e si rivolge ad un tribunale. Ed è ancora una sentenza a cambiare la vita di Gratian, anzi due: quelle del 3 e del 23 dicembre con cui il tribunale di Caras Severin riaffida il bambino alla famiglia. A niente serve il ricorso presentato dall’autorità nazionale per la protezione dei minori, la corte d’appello di Timisoara lo boccia il 3 febbraio confermando la sentenza di primo grado. Gratian torna con la madre che lo fa ricoverare in ospedale perché dice che in Italia ha contratto l’Hiv (gli esami lo escludono). Con la famiglia

che a nome di Gratian incassa persino una pensione di invalidità ottenuta con una visita medica fatta mentre il piccolo era nella casa famiglia di Roma. La terza vita di Gratian è avvolta nel buio e nel silenzio. Rotto solo dall'ostinazione della deputata radicale del Pd Elisabetta Zamparutti. Che presenta un’interrogazione parlamentare ai ministri degli Esteri, dell’Interno e della Giustizia. «La vicenda del piccolo Gratian costituisce un importante banco di prova, per l'Accordo bilaterale che Italia e Romania hanno firmato il 9 giugno 2008», risponde

il sottosegretario agli Esteri Enzo Scotti il 24 novembre. Un «test case», lo definisce assicurando che le autorità italiane si sono già mosse per assicurarsi che «le strutture che lo accoglieranno, siano esse italiane o rumene, assicurino al piccolo Gratian quella serenità che la vita, finora, gli ha negato». Tutto bello, tutto giusto. Ma nel frattempo, che ne sarà di Gratian?

(da L'Unità del 1 marzo 2009)

 

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