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di Rita Bernardini

Mi avevano fatto rabbrividire quei numeri a quattro cifre che portavano indosso e il personale del Centro che si rivolgeva loro chiedendo di mostrare il numero di identificazione. Quei disperati ammassati in un vecchio deposito di agrumi non avevano neppure diritto ad un nome. Oggi, dopo le due interrogazioni presentate dai radicali, sembra che le cose siano cambiate: oltre alle cifre e alla foto segnaletica, i dannati di Cassibile hanno finalmente anche un nome.

Altrettanto inquietanti avevo trovato quelle fotocopie con l’elenco dei nuclei familiari. “Nucleo arrivato in data 29 luglio 2008: 5725 marito eritreo; 5726 moglie eritrea incinta; Casi particolari: 6266 uomo sudanese (possibile epilessia) arrivato il 6 settembre 2008; 6290 figlia somala della 6285, cardiopatica arrivata l'8 settembre 2008 (ricoverata dal 9 settembre 2008); 6344 padre nigeriano singolo arrivato l'11 settembre 2008; 6343 figlia minore (vulnerabile); Nucleo arrivato in data 2 agosto 2008 da segnalare: 5782 marito nigeriano; 5764 moglie nigeriana; Nucleo arrivato il 12 luglio 2008: 5677 uomo del Togo; 5669 donna nigeriana (presumibilmente coniugi); Nucleo arrivato in data 10 agosto 2008 da segnalare: 5837 moglie nigeriana incinta; 5838 marito nigeriano; Nuclei arrivati in data 13 agosto 2008 da segnalare: 5924 moglie nigeriana incinta; 5902 marito nigeriano; 5926 donna nigeriana; 5887 uomo nigeriano; 5928 donna nigeriana; 5877 uomo nigeriano; 5927 donna nigeriana; 5884 uomo nigeriano; 5920 donna nigeriana; 5900 uomo nigeriano; 5922 donna nigeriana; 5899 uomo nigeriano…”

Il mio resoconto potrebbe limitarsi a questa desolante lista di numeri: un elenco di esseri umani marchiati con una successione di cifre. Ma è bene raccontare nel dettaglio quanto ho scoperto nel corso di queste visite, fatte insieme ad altri radicali e a rappresentanti di associazioni umanitarie come Senza Confini, Rete Antirazzista di Catania e Arci di Messina.

Il Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) “Giovanni Paolo II” si trova a Cassibile, una frazione di 6.000 abitanti del comune di Siracusa. Il centro funziona dal luglio del 2005 ed attualmente è gestito dall’Associazione Alma Mater in convenzione con la Prefettura di Siracusa.

Nel corso della mia seconda visita, avvenuta il 20 settembre scorso, la struttura ospitava 357 persone a fronte di una capienza di 200 posti fissata dalla Convenzione tra Prefettura ed ente gestore del centro. I richiedenti asilo di Cassibile provengono soprattutto da Eritrea, Somalia, Sudan, Nigeria, Ghana, Mali, Costa d’Avorio e Burkina Faso; molti sono originari di paesi che non si trovano in stato di guerra e quindi, salvo rari casi, non essendoci prove della loro condizione di vittime di persecuzioni, difficilmente saranno riconosciuti come rifugiati politici. Per raggiungere le coste italiane, alcuni migranti avrebbero pagato da 800 a 2000 dollari e avrebbero subìto violenze lungo il percorso che, in un gran numero di casi, passa per la Libia dopo una pericolosa traversata del deserto. E durante quella traversata non pochi di loro sono morti o rimasti gravemente feriti. Per quei pochi fortunati che sono riusciti ad arrivare, la situazione non si presenta favorevole. La maggioranza di loro, infatti, si trova rinchiusa nel Centro da 10, 20 o anche 50 giorni, senza aver avuto una carta che certifichi la formalizzazione della loro domanda di asilo e, a volte, senza avere alcuna possibilità di uscire dal centro durante il giorno. Peraltro, dalle testimonianze raccolte, sembra che la Questura non rilasci, allo scadere del termine massimo di 35 giorni, così come previsto dall’art. 20, comma 3, D.L. 25/08, il permesso di soggiorno temporaneo valido tre mesi e rinnovabile fino alla decisione sulla domanda di richiesta di asilo. Inoltre, tutti i migranti interpellati hanno detto di non aver mai ricevuto l’opuscolo redatto dalla Commissione Nazionale per il diritto di asilo come previsto dalle disposizioni vigenti (l’opuscolo andrebbe consegnato all’interessato all’atto della richiesta d’asilo, essere tradotto nelle diverse lingue e contenere tutte le informazioni sulle procedure di richiesta di protezione internazionale, sui principali diritti e doveri, sulle prestazioni sanitarie e di accoglienza e sulle modalità per riceverle); alcuni di loro peraltro non hanno nemmeno avuto copia tradotta dei dinieghi della Commissione, cosicché non sono stati messi in condizione di presentare ricorso nei brevi termini perentori stabiliti. Tutto ciò non deve meravigliare, se solo si pensa al fatto che l’assistenza legale all’interno del centro è a dir poco carente, non solo perché a seguire la richiesta di asilo e gli eventuali ricorsi di centinaia di persone provvedono solo due avvocati, ma anche perché la presenza dei mediatori culturali, indispensabile in situazioni come queste, è pressoché inesistente (eccetto che per l’opera encomiabile prestata da un ragazzo proveniente dal Marocco in grado di parlare l’arabo e un po’ di inglese).

Oltre ai tempi di attesa e alla paura di ottenere un diniego e di essere quindi rispediti a casa, ad accrescere la disperazione dei richiedenti asilo di Cassibile sono le condizioni del centro. L’edificio in questione infatti si presenta come un vero e proprio carcere: il cortile esterno è circondato da una sorta di gabbia con sbarre altissime. Oltre alla schedatura numerica di cui ho parlato all’inizio, a guardia degli “ospiti” del centro si trovano non solo agenti di pubblica sicurezza, ma anche militari armati di mitra. La struttura si palesa come del tutto inidonea ad ospitare esseri umani a causa della evidente sporcizia, della mancanza di igiene e dell’assenza di elementari norme di sicurezza. I pavimenti sono dissestati, i muri sporchi e scrostati, i servizi igienici fatiscenti. Enormi camerate, stanzoni di circa 15 metri x 20, ospitano un numero abnorme di letti a castello dove lo spazio fra un letto e un altro non supera i 30 centimetri: ovunque un labirinto di materassi, cuscini, effetti personali, vestiario, dove è impossibile trovare un minimo di privacy (al momento della mia visita i nuclei familiari presenti erano ben ventidue e nessuno di loro usufruiva di spazi separati). Una buona percentuale dei migranti non dispone nemmeno di un letto ed è costretto a dormire per terra su delle stuoie improvvisate.

I motivi della decrepitezza della struttura in questione sono presto detti: il centro “Giovanni Paolo II” in origine era una vecchia fabbrica d’arance per la quale, nonostante le numerose sollecitazioni provenienti dal Settore Igiene e Sanità della ASL, non è mai stata verificata la compatibilità della destinazione d’uso e non sono mai stati ottenuti i certificati di variazione d’uso; sicché ad oggi tutte le autorità amministrative locali (Asl, Polizia ambientale e Vigili del Fuoco) non possono far altro che giudicare la struttura non idonea ad ospitare, dal punto di vista funzionale, esseri umani. Peraltro nell’edificio che ospita il centro non ci sono gli impianti antincendio, gli arredi non sono ignifughi e le uscite di sicurezza non sono idonee (le modifiche strutturali prescritte dai vigili del fuoco non sono mai state realizzate). Nemmeno l’acqua del pozzo è potabile, giacché l’impianto di clorazione non è mai stato in funzione. Per questi e altri motivi, nel corso degli anni, l’associazione Alma Mater, ente gestore del centro, è stata più volte invitata ad adeguare la struttura “nel rispetto degli standard minimi fissati dalla convenzione”. L’adeguamento non c’è mai stato, eppure la Convenzione con la Prefettura è stata firmata ugualmente, per ben due volte e senza gara d’appalto. L’ammontare dell’appalto stabilito nell’ultimo rinnovo, quello del dicembre 2006, è stato di ben 3.775.850 euro.

Se sulle inadempienze e carenze gestionali e strutturali del centro, la classe politica e gli organi amministrativi hanno costantemente chiuso tutti e due gli occhi, la magistratura sta perlomeno cercando di vederci chiaro. Due anni fa la Procura di Siracusa, infatti, ha deciso di aprire un’indagine nel corso della quale è stato disposto il sequestro di 142.076 euro sui conti bancari dell’Alma Mater. Per il pubblico ministero trattasi di proventi di una truffa aggravata ai danni dello Stato: in particolare risulterebbero fatture gonfiate per l’acquisto di arredamenti, lavori di ristrutturazione e servizi di lavanderia. Oltre alle fatture ci sono anche le cartelle esattoriali dell’INPS (secondo un rilievo del maggio 2007, infatti, l’Alma Mater non risulta aver pagato i contributi INPS per il proprio personale per un ammontare complessivo di 107.027 euro), nonché i 3.456 pasti somministrati in più rispetto al numero degli ospiti, per un importo totale di 24.000 euro, ufficialmente destinati agli ospiti sottoalimentati. Tutte queste circostanze emergerebbero dallo studio delle carte contabili dell’Alma Mater, affidato dall’organo inquirente a due consulenti tecnici.

Durante le indagini, però, il PM ha commesso qualche errore di troppo al punto che il Tribunale di Siracusa ha disposto la restituzione dei 142.000 euro all’Alma Mater, con un provvedimento che, se letto attentamente, rappresenta un colpo di spugna sull’impianto probatorio. Nonostante tutto, la pubblica accusa ha comunque chiesto il rinvio a giudizio di don Arcangelo Ragazzi e Marco Bianca, presidente e vice-presidente dell’Alma Mater e di tre imprenditori, tutti accusati di truffa aggravata ai danni dello Stato. L’udienza preliminare è fissata per il prossimo 27 gennaio.

In caso di rinvio a giudizio il processo in corso sarà comunque destinato a durare qualche anno, nel frattempo, vista la gravità della situazione, ho rivolto due interrogazioni parlamentari a risposta scritta sulle condizioni strutturali e di gestione del centro di accoglienza; e, attraverso Marco Pannella e Marco Cappato, ho ottenuto che dell’intera vicenda si interessasse la Commissione europea la quale, tramite il Commissario Europeo per la Giustizia e gli Affari Interni, Jacques Barrot, ha garantito di aver chiesto “i necessari chiarimenti alle autorità italiane”.

In attesa di conoscere quali saranno le risposte del ministro dell’ Interno, non potrò far altro che continuare a vigilare su quanto accade nel Centro di Cassibile. Le prossime settimane saranno decisive perché è imminente il rinnovo della convenzione per la gestione del centro. Ci auguriamo che questa volta possa avvenire in modo serio ed attraverso regolare bando.

Rita Bernardini parlamentare radicale eletta nelle liste del PD, componente della Commissione Giustizia della Camera

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