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Quella xenofobia sui cieli d’Italia

di Sergio D’Elia

I due romeni accusati di violenza sessuale nel parco della Caffarella e poi scagionati dal test del Dna, non sono solo vittima di un errore giudiziario, sono anche e soprattutto vittima di un clima di xenofobia che è sempre più dilagante nel nostro Paese, e che è all’origine anche di quell’errore.

L’informazione è la prima responsabile della diffusione di questo clima. L’agenda setting non è teoria da relegare nel mondo accademico per i cultori di sociologia della comunicazione, è prassi quotidiana - e da decenni - di direttori di giornali e telegiornali che decidono la composizione dell’agenda politica e dei temi cosiddetti di attualità. Che abbiano agito in buona o cattiva fede, che abbiano dettato o si siano fatti dettare la questione “stupri” e il caso “stupratori romeni” come tema dominante l’attualità politica di queste settimane, non cambia molto. Quando si dice “stampa di regime”, non significa solo che è prona al regime, significa anche che alimenta un regime. Il regime della paura. Il meccanismo della paura, quanto perverso, “funziona” sempre: si destabilizza per stabilizzare; si creano “emergenze” e poi ci si candida a governarle; si crea allarme nell’opinione pubblica e, quindi, si alimenta il macchinario emergenzialista di leggi speciali e apparati di sicurezza. Non si considera però che quando si semina vento si raccoglie tempesta: si entra in una spirale di misure repressive e procedure illegali, di giustizia sommaria e giustizia “fai da te”, di ronde e linciaggi, che portano a un degrado ulteriore e, forse, irreversibile dello Stato di diritto. Che travolge tutto e tutti.

Nell’anno dopo l’indulto, i reati non aumentarono in maniera significativa, però le notizie di morti ammazzati e violenze di ogni genere diffuse dai telegiornali triplicarono. Come ha rilevato uno studio del Centro d’Ascolto radicale sulla informazione radiotelevisiva, dieci minuti di ogni telegiornale furono mediamente dedicati a questa informazione mortifera. Di nuovo, oggi, l’“emergenza stupri” non trova riscontro nei dati statistici. Anzi, è un dato di fatto che il numero degli stupri nel nostro Paese è diminuito dell’8 per cento nel 2008 rispetto all’anno precedente. Lo ha reso noto lo stesso Governo, paradossalmente, nella stessa seduta in cui ha emanato un decreto d’emergenza contro gli stupri, la cui necessità e urgenza era solo quella di rispondere a un’opinione pubblica allarmata. Allarmata da che? Evidentemente, non dall’aumento in assoluto che non c’era delle notizie giudiziarie di reato, ma dalle notizie di cronaca relative a questo tipo di reati improvvisamente proliferate. Relative, in particolare, non agli stupri considerati di serie B, quelli “made in Italy”, ma a quelli di serie A, di importazione rumena, contro i quali sono scattate subito misure “protezionistiche”.

Se la questione stupri fosse stata dai media trattata seriamente e tenendo conto della realtà, in base alla quale oltre il 70 per cento delle violenze nei confronti delle donne accade in ambito familiare o nella cerchia di conoscenti, il governo avrebbe, forse, agito di conseguenza. Invece no, per la stampa italiana, il problema è lo straniero, è costituito da alcune decine di romeni violentatori. Nessuna inchiesta, nessun articolo sulle migliaia di italianissimi coniugi, conviventi e colleghi violentatori di donne italiane, e non solo. Da questo punto di vista, sarebbe da chiedersi: chi è lo “straniero”, per le donne e alla vita civile del nostro Paese, che dovrebbe essere espulso dall’Italia?

Siccome quel che conta non è tanto la realtà, ma come si usa dire: la “percezione” della realtà, l’importante non è dare risposte adeguate alla gravità e profondità del problema, ma dare un segnale. Ecco, quindi, dopo l’ennesimo fatto di cronaca, l’ennesimo decreto-manifesto del Governo. Un altro segnale di fumo negli occhi dell’opinione pubblica.

Bene ha fatto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, a definre odiosa l’uguaglianza tra straniero e criminale e a ribadire che la responsabilità penale di uno non si può trasferire all’etnia di appartenenza. Anche perché è un dato di fatto che i detenuti rumeni alla fine del 2006 erano 1.650 e oggi sono 2.729, cioè lo 0,27 per cento di quell’oltre un milione di romeni che vivono e lavorano in Italia, arrivati in gran numero soprattutto dopo il primo gennaio 2007 con l’entrata di Bucarest nella Ue. Anche se i delinquenti romeni figurano in cima alla lista degli stranieri accusati di stupro, la paura in atto nei confronti del “romeno” va ben oltre il semplice dato statistico della criminalità. Si può di-spiegare solo con la potenza di fuoco del messaggio che è stato diffuso: c’è l’emergenza stupri e il colpevole è rumeno. Tant’è che anche quando si tratta di persone innocenti si fanno titoli come “presi i romeni sbagliati”. Resta l’impostazione razzistica e xenofobica di un’informazione che procura danni anche all’amministrazione della giustizia. Gli organi preposti ad affrontare questi fenomeni sono condizionati da questo tipo di condanna preventiva, sommaria ed extra-giudiziaria. L’emergenza mediatica porta a fare operazioni sbagliate dal punto di vista investigativo e giudiziario, perché si tratta di trovare subito un colpevole purché sia.

Ora, anche se i due romeni della Caffarella sono stati scagionati dai test del Dna, sarà difficile che da questa vicenda escano del tutto innocenti. Non solo perché, comunque vada, il marchio di infamia e di colpevolezza con cui sono stati bollati rischia di essere indelebile, ma anche perché gli inquirenti difficilmente abbandonano radicalmente una tesi accusatoria. “Uno di loro ha confessato”, argomentano. Perchè avrebbe dovuto farlo? Che quella confessione sia dovuta a qualche forma di pressione non è concepibile. In Italia queste cose non si fanno. Il nostro è il Paese delle meraviglie, e noi siamo tutti come Alice.

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