 Mario Salomone, direttore del mensile “.eco” Abbiamo accennato (v. “Il carcere può essere sostenibile?” 1) al recupero di rifiuti elettrici ed elettronici avviato nella casa circondariale di Forlì. Naturalmente ci sono molti altri modi in cui le carceri possono inserirsi nella crescente attenzione mondiale per uno sviluppo eco-sostenibile.
“Buonidentro”, ad esempio, è l’idea di Aiab, l’associazione degli agricoltori biologici, per sviluppare l’attività agro-alimentare per persone soggette alla restrizione della libertà, anche al fine di verificare le possibili prospettive professionali utilizzabili a fine pena, soprattutto nel settore della produzione biologica.
Il progetto si chiama “Agricoltura sociale e detenzione: un percorso di futuro”, finanziato dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali e con la collaborazione del Ministero della Giustizia (Dap) e di altri partners, come Alpa, Co.Pa, Garante dei detenuti del Lazio, Inea, Rete Fattorie Sociali, e Uila. Con il progetto di “agricoltura sociale”, Aiab si propone di concorrere a creare una prospettiva meno afflittiva per persone soggette a restrizione della libertà, attraverso il lavoro agricolo all’interno e all’esterno degli istituti penitenziari. Anche nel paese con la popolazione carceraria più numerosa al mondo (più di 2,2 milioni di persone, e un totale di 7 milioni sottoposti a qualche misura di sorveglianza), l’orticoltura e il giardinaggio dietro le sbarre sono un riconosciuto sistema di riabilitazione che aiuta il reinserimento nella vita civile a fine pena e riduce l’alto tasso di recidive. Esperienze del genere sono diffuse in molti paesi, dal Sud Africa fino alle Isole Vergini. In Sud Africa, nel 2000 l’Emthonjeni Correctional Services ha avviato un progetto in collaborazione con la Tshwane University of Technology, per formare e dotare dei necessari strumenti i detenuti allo scopo di produrre cibo organico e fare interventi di risanamento ambientale. Il progetto ha permesso di fornire un’ampia gamma di vegetali sia per il consumo interno sia per i suburbi sovrappopolati. E perfino la legge delle Isole Vergini sullo sviluppo dell’agricoltura sostenibile prevede la creazione di “fattorie sostenibili di prigione” per il rifornimento delle carceri e per il reinserimento sociale dei detenuti. Le coltivazioni in carcere (meglio se biologiche) hanno, infatti, molti vantaggi: mettono a disposizione cibi migliori e a “chilometri zero” per chi è soggetto alla restrizione della libertà e preparano competenze preziose per il successivo reinserimento lavorativo.
(2. continua)
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