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Intervista a Marco Risi
di Maria Corbi

«Mery per sempre»: sono passati vent'anni dall’uscita di quel film eppure basta inserire il dvd nel videoregistratore e guardare le prime scene per avere la sensazione netta che nulla è cambiato. E che se oggi si dovesse fare un altro film sulla realtà delle carceri minorili non ci sarebbe molto da cambiare nella sceneggiatura, nei caratteri, nel ritratto di quelle anime infelici che non trovano alcuna occasione di speranza sia dentro che fuori dalle sbarre.   Un film che non è stato possibile girare dentro al Malaspina nonostante il sì del direttore del carcere. Ma il rifiuto di un burocrate ministeriale ha prevalso perché «non si doveva disturbare troppo i ragazzi». 

Oggi Marco Risi, che sta girando «Forte Apache» un film sugli ultimi 4 mesi di Giancarlo Siani, il giovane giornalista ucciso dalla camorra, celebra con un po' di distacco, come quello che ci si impone per  pezzi di vita molto amati e sofferti, questo anniversario  . 

Allora, torniamo a vent'anni fa.

«Mery per sempre uscì a maggio con nostra grande preoccupazione perché erano gli anni delle commedie facili, del disimpegno. Il primo weekend andò molto male ma poi accadde qualcosa, un passaparola che riempì i cinema».

Come è nata l'idea?

«Mi hanno sempre interessato quei luoghi dove si vive in cattività. E poi sono intervenute una serie di coincidenze. Michele Placido lesse una recensione del libro di Aurelio Grimaldi sulla sua esperienza di insegnante al Malaspina di Palermo e ne parlò a varie persone, tra le quali Nanni Moretti, e infine Claudio Bonivento. Ma non era facile trovare i soldi per fare il film. Io intanto avevo letto il libro e scalpitavo, volevo farlo. Alla fine si stornarono un po' di soldi dalla produzione tv «I ragazzi della terza C». Col risultato che Bonivento, che aveva comprato i diritti del libro, lo produsse da solo e fece anche un ottimo affare: con i successivi passaggi televisivi incassò molti soldi».

Che ricordo hai dell'atmosfera del Malaspina?

«Noi non riuscimmo a girare dentro la struttura anche se feci i sopralluoghi e individuammo un' ala abbandonata che sarebbe stata un set perfetto. Avremmo così approfittato anche dei ragazzi come comparse. Il direttore e il sindaco Leoluca Orlando erano dalla nostra parte ma poi un funzionario del ministero decise che "era meglio di no". Perché questo è un paese in cui è sempre "meglio di no"».

Molti degli attori erano comunque ragazzi di strada che avevano avuto esperienza di carcere.

Fu una battaglia. Per la parte di Pietro io non volevo Amendola ma lui era determinato, così venne con me a Palermo per fare i provini, si impegnò, prese lezioni di siciliano e alla fine ha avuto la parte. Il complimento più bello glielo ha fatto mio padre. Gli chiesi se gli era piaciuto Claudio e lui mi rispose: «Quale era?». Era riuscito a integrarsi nel gruppo dei ragazzi siciliani.

Come furono i provini?

«Uno dei miei ricordi più belli. C'erano Francesco Benigno, Alessandra Di Sanzo, Roberto Mariano che, come il suo personaggio, aveva avuto un figlio quando era al Malaspina e quando c'era anche Aurelio Grimaldi come insegnante».

Mariano oggi non c'è più..

«E’ morto sull'aereo Milano-Zurigo proprio nei giorni in cui io giravo “Il Muro di Gomma” a Punta Raisi dove avevo tra le comparse la sua nuova compagna».

E' cambiata la tua idea sul carcere da allora?

«In realtà continuo a credere che non serva per il recupero ma solo come pena, punizione. Il recupero è un’utopia anche perché quando uno esce dovrebbe trovare una possibilità. Invece spesso l'unica è quella di continuare a delinquere. Quando mia moglie Francesca D'Aloia girava «Piccoli ergastoli» a Rebibbia conobbi Nazareno, un detenuto che stava per uscire e che aveva passato tutta la sua vita in carcere. Lui mi raccontò della differenza tra il carcere italiano e quello olandese dove anche era capitato. Ad Amsterdam aveva trovato una psicologa bravissima che lo aveva aiutato molto. Sono le persone che fanno la differenza. E mi è rimasto impresso quello che Nazareno mi disse: che una delle differenze è nei rumori che, nelle carceri italiane, sono carichi di tensione, di dolore, di rabbia».

 

 

 

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il 7/2/2014


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a cura di Grazia Serra

  
   

   
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Voltaire

 


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