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Film: Ti amerò sempre
sceneggiatura e regia: Philippe Claudel, Francia, 2008

di Corrado Ferioli

(visto e commentato nel Laboratorio di scrittura)

Il film Ti amerò sempre, di produzione francese, narra la storia di una donna che, uscita dal carcere dopo diciassette anni di detenzione, si trova proiettata nella famiglia della sorella minore, che la aveva abbandonata al suo destino, su precisa imposizione della loro famiglia. La narrazione è fluida e drammatica allo stesso tempo, alle difficoltà dell’inserimento nella società, drammatico il colloquio di lavoro in cui si svela il crimine per cui era detenuta, cioè l’omicidio del figlio; si aggiungono le piccole grandi diffidenze e difficoltà della famiglia, eccezion fatta per le figlie adottive della sorella, che la accolgono bene. Il film descrive meravigliosamente il difficilissimo percorso di rinascita alla vita e ai sentimenti non solo della ex-detenuta, ma anche della sua famiglia, che riuscirà a superare la difficoltà mentale di avere in casa una persona con il passato difficile. Memorabile la scena in cui candidamente dichiara ad un gruppo di amici di essere stata in prigione, tutti ridono tranne un uomo, che poco dopo le rivelerà essere stato insegnante in una prigione per dieci anni e che nel corso del film la corteggerà discretamente, facendole scoprire anche la possibilità di amare ancora.
Il vero lato drammatico si svela alla fine del film,  quando la sorella scopre che la sorella ha ucciso il figlio in quanto gravemente ammalato di una malattia incurabile e non sopportando di vederlo soffrire, lo ha ucciso. Chi può giudicare la moralità di un simile gesto? Per i giudici meritava la condanna, che ha avuto, ma una madre non vuole per i propri figli il massimo bene possibile? E allora quel gesto può anche essere inteso come il massimo dono d’amore della madre verso il figlio, anche perché lei stessa era medico e sapeva molto bene le sofferenze del figlio.
La regia è molto accurata e i vari personaggi sono ben descritti, tranne il marito della sorella che non prende forma completamente, ma non era un personaggio centrale. La storia si snoda piacevolmente nonostante la drammaticità dei temi trattati e se in alcuni passaggi si piange, in altri si sorride e la chiave di volta della storia è proprio questa. È una visione che consiglierei a qualsiasi detenuto che si piange troppo addosso e che imputa alla società di non volerlo accogliere; anche se si tratta di finzione, il messaggio subliminale è che ricominciare si può fare, bisogna solo volerlo.

(Rebibbia, giugno 2009)
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il 7/2/2014


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a cura di Grazia Serra

  
   

   
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Voltaire

 


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