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di Maria Corbi

 

Un gong interiore, un suono solenne e cupo, ha accompagnato Roberto Benigni quando ha messo piede nel carcere di Sulmona e in quello di Opera per portare  tra i “dannati di oggi” la poesia di Dante: l'Inferno, ma anche il Paradiso, la speranza. “Perché - dice - quando, alla fine della Commedia esci dal Paradiso con il poeta, vedi che ci ha portati tutti con sé”.
Lei crede che la poesia possa aiutare a rendere il carcere un luogo meno disperato?
E' un luogo di una possanza poetica unica.  Dante usa spesso la parola carcere e in fondo è come se io entrassi dove sarebbe voluto entrare.
E i detenuti cosa trovano in Dante?
Quando sono andato tra loro hanno sentito che gli portavo il regalo più alto: la poesia. E' stato uno spettacolo solo assistere alla loro reazione. Il silenzio, la commozione. Quando gli dicevo che ognuno di noi è il protagonista di un dramma epico irripetibile, mi sembrava che  provassero sensazioni fortissime. Dante ci dice che si, il mondo fa un po' schifo, che siamo capaci di cose orrende, ma che dentro di noi, dentro ciascuno di noi c'è una parte immensa. Sono certo che  abbiano capito il messaggio vero della Divina Commedia: anche la sconfitta se vissuta profondamente può essere una vittoria. Dante trova se stesso nell’abisso del male come tutti noi. Non si può scegliere il proprio destino ma si può andare a fondo del proprio desiderio, qualsiasi esperienza ci tocchi vivere: anche in catene c'è per ciascuno di noi questo spazio libero che nessuno ci può togliere.
E lei come si è sentito in quella situazione?
Mi sono posto al di là di quello che avevano commesso , vedevo solo persone che soffrivano. Anche nel luogo più terribile le persone sono capaci di bontà. Si sentono tutti cristiani, si scopre la religiosità, com’è tipico delle persone che hanno a che fare con il mistero della vita.
Ma, dunque, Dante rappresenta una sorta di passaggio per arrivare a Dio?
Non bisogna credere in Dio per amare la Divina Commedia, ma il cristianesimo è certamente la religione dell'incredibile. Le lettere e i biglietti che ho ricevuto citavano tutti il Vangelo che ci insegna a pensare a quello a cui non siamo più abituati. E non siamo più abituati a pensare agli ultimi. Gesù  Cristo ha fatto diventare la pietà una categoria di pensiero e bisogna ricordarsene quando ci si arrabbia per gli indulti e per le amnistie.
E il perdono?
Questa è un altra cosa. Si esagera con il perdono, perché quando si ha a che fare con il male bisogna avere il tempo di riflettere. Ma per vincere il male non bisogna far finta di non vederlo, bisogna guardare fino in fondo e attraversarlo.
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Numero dei detenuti presenti su 43084

61.481 detenuti
il 7/2/2014


Osservatorio sulla contenzione
a cura di Grazia Serra

  
   

   
    a cura di Francesco Gentiloni

" Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri"
Voltaire

 


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